Stadio a Padova: un’eredità pesante, tre domande

L’eredità degli stadi a Padova è pesante. Dopo alcuni decenni di carenza di impianti di alto livello, insieme al progressivo invecchiamento del glorioso Appiani, la frenesia “sportivo-edilizia” degli anni ’80-’90 partorì due grandi stadi, destinati al calcio ed all’atletica l’Euganeo (sostituendo così Appiani e Colbachini), ed al rugby il Plebiscito (al posto del Tre Pini ed in parte sempre dell’Appiani). Il problema fu che il fiume di denaro speso per entrambi era dimensionato sul numero di spettatori a cavallo del 1980, non prevedendo né una nuova generazione di tifosi “televisivi”, né soprattutto una nuova generazione di stadi. Non più vuoti e freddi contenitori, dove sedersi 90’ (80’) una volta ogni due settimane sotto le intemperie, ma impianti comodi ed accoglienti che “vivono” tutta la settimana, e soprattutto di proprietà privata. Intendiamoci, il 99% dello sport italiano è nelle stesse condizioni: ed infatti le presenze allo stadio stanno calando quasi ovunque. Tuttavia ci sono anche degli esempi virtuosi: Reggiana ed ora Sassuolo, e poi Juventus, Udinese e ultima Atalanta. I primi costruirono il proprio stadio; gli altri hanno acquistato e, per le due squadre bianconere, riedificato il vecchio stadio, riducendone la capienza.

L’Euganeo è largamente sovradimensionato persino per la Serie A: mai si sono avvicinate le 30mila presenze per il Calcio Padova (anche se nel 1995-’97 era ancora incompleto), ma solo per i Test Match di rugby una volta l’anno. Il Plebiscito è a sua volta sovradimensionato per il rugby, e nemmeno un derby-scudetto col Rovigo sembra sufficiente a riempirlo con 9mila petrarchini. Il Petrarca però è l’esempio virtuoso, anche se rugbistico, dello sport a Padova: impianti propri e stadio, per quanto piccolo, privato (che infatti usa per quasi tutte le partite stagionali) alla Guizza.

Eccoci dunque alla prima domanda: perché nessun privato può investire nell’Euganeo, a nome del Padova? Certo ci vogliono fondi, e non pochi, ma per un buon progetto i fondi si trovano; mentre i tempi di ritorno dall’investimento possono tranquillamente essere di alcuni anni, per una società solida. Temiamo che la risposta sia su tre livelli. Il primo è il costo di costruzione dell’impianto: a prezzo di mercato, oggi, l’Euganeo vale molto meno di quanto costò (scandali inclusi) un quarto di secolo fa. Ma per varie ragioni, nessun sindaco potrà mai “svendere” questo “bene pubblico” ad una società privata, anche se sarebbe l’unica cosa buona e logica da fare. Il secondo punto, sono le inevitabili interferenze politiche in caso di affidamento dell’impianto per es. 50 o 100 anni al Calcio Padova: ci sarebbe un elenco infinito di “fai questo” e “non fare quello”, invece di lasciare lavorare la società in piena libertà, ed in santa pace. La terza cosa, infine, è che purtroppo per Padova ed il Padova, l’unica persona con in mano la società di calcio e che avrebbe davvero voluto e potuto fare qualcosa con l’Euganeo, si è purtroppo rivelato alla fine un avventuriero, almeno nell’ultima parte della sua gestione. Sono insomma mancati gli interlocutori, sia politici sia societari, per tale progetto. Non vorremmo poi che, arrivato l’interlocutore societario ma mancando sempre quello politico, non si arrivi in futuro ad un altro nuovo stadio, ma stavolta privato e fuori dai confini comunali.

La seconda domanda che ci poniamo è quindi: perché nessun esponente politico si pone – e intendo si pone davvero – la prima domanda? Perché tutto ruota intorno all’obbligatoria proprietà pubblica dei campi di gioco? Perché anche deve decidere il Comune dove giocano il Padova ed il Petrarca, e non possono deciderlo le stesse società? Cosa che, per inciso, il Petrarca Rugby fa già, come abbiamo scritto sopra. E, per altro inciso, temo che questa domanda siano in realtà due o tre insieme: ma lo stesso, sarebbe bello capire perché questa (seconda e quindi centrale) questione sembri essere fuori dalla portata della classe dirigente patavina, almeno per quanto riguarda il calcio.

La terza domanda, che è la vexata questio della campagna elettorale, è quindi se sia possibile razionalizzare gli spazi sportivi a Padova; avevamo già trattato dell’argomento qui e qui. Una razionalizzazione è sempre possibile, ma richiede investimenti: tuttavia, a volte si trascura che anche qualsiasi miglioramento/rifacimento dei vecchi impianti ne richiede, per cui i confronti sui costi dovrebbero sempre tenere presenti le due alternative. La proposta della giunta uscente, riconfermata in campagna elettorale, è quella di adeguare il Plebiscito agli standard della Serie B, con la ristrutturazione delle tribune (già in atto) e due nuove curve che porterebbero la capienza totale poco oltre i 12mila spettatori: poco più dell’Appiani nei suoi ultimi anni di vita. Nonché la ristrutturazione del Colbachini per ospitare (di nuovo) il meeting internazionale di atletica leggera. La proposta è ovviamente fattibile, con dei costi non solo nell’impianto, ma anche fuori, leggasi spazi (ed espropri) per viabilità e parcheggi: ma come detto, nessun investimento è a costo zero. L’alternativa di mantenere il Padova all’Euganeo ha anch’essa dei costi, soprattutto se si vuole riavvicinare il pubblico all’impianto ad esempio mettendo mano alle due curve, e ancora più dotando lo stadio di servizi (bar, bagni ecc.) degni di un impianto del XXI secolo; oltre alla manutenzione ordinaria. Mettere mano all’impianto, inoltre, appare difficile per le resistenze del mondo dell’atletica sia di una parte importante della politica padovana. Il Plebiscito può inoltre contare sul tram a portata di passeggiata, mentre nessuno finora ha proposto ad esempio una stazione ferroviaria a Montà a servizio (tramite i treni regionali) del quartiere e dello stadio. Viceversa l’Arcella è più popolata e quindi con maggiori problemi su questo fronte, ma non è che a Montà ci sia il deserto. Quanto a capienza, il Calcio Padova negli ultimi 20 anni non ha mai avuto più di 11mila spettatori allo stadio in campionato in B (2011 e 2012 le migliori stagioni) in una singola partita, con medie fra 6mila e 8mila spettatori, mentre la Serie A rimane ahinoi lontanissima: è dunque un falso problema (anche se tutti ci auguriamo che diventi il vero problema); l’unica partita verso i 20mila, la finale play-off col Novara, non può comunque fare testo. L’Euganeo si riempie solo per i grandi eventi, come concerti o nazionale di rugby: alla stagione corrente del calcio l’occupazione media dell’impianto è stata nemmeno del 15%, con una punta massima di meno del 30%. Il rugby al Plebiscito è invece quasi sparito, con pochissime partite l’anno e nemmeno a tutto esaurito. Oggi come oggi, insomma, abbiamo due stadi non tanto vecchi ma inutilmente costosi e sovradimensionati per l’utilizzo attuale, oltre che inadeguati come servizi: liberarsene non si può, ma nemmeno tornare indietro di 40 anni agli spettatori d’allora. Così come sono, ce li teniamo per quanto espresso anche sopra; la scelta è dunque, l’11 giugno, tra il mantenimento dello status quo centrato sull’Euganeo, ed una razionalizzazione con le squadre di club al Plebiscito, l’atletica al Colbachini e pochi “grandi eventi” all’Euganeo. Entrambe sono scelte con i propri costi, benefici, problemi e vantaggi, ma temiamo che il voto in merito sarà molto da “tifoseria” e ben poco secondo parametri razionali.

Non possiamo dunque che chiudere con un certo sconforto. Non vogliamo entrare nella mischia politica, non essendo questo il blog adatto, ma vogliamo dire che non si possono negare gli errori di 30 anni fa, né è sufficiente mettere l’ennesimo tacon di questa città. Il Calcio Padova che va a giocare via dall’Euganeo è uno scenario che va valutato con serietà, e senza risse “da stadio”. Può essere invece discussa, e ovviamente deve esserla, l’opportunità di spendere tanti soldi per il calcio in questa congiuntura, o meglio, se tale investimento offra un ritorno adeguato e migliore che i costi ed i ritorni del mantenimento dello status quo: ci sembra anche qui che il ragionamento pubblico resti fermo a metà. Resta comunque in sospeso la seconda domanda che avevamo fatto: perché lo sport a Padova deve rimanere in orbita comunale, e non può invece diventare del tutto privato? Perché nessuno spinge davvero per uno stadio privato per il calcio? Ci auguriamo, o meglio ci illudiamo, che già a luglio qualcuno dia una risposta.

 

autore: Filippo Turturici

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Un pensiero su “Stadio a Padova: un’eredità pesante, tre domande

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